Symposium 2017

Abstract

Prof. Dr. Franco Maiullari, Milano

L’ONNIPOTENZA DI ANTIGONE
E L’IMPOTENZA DI ISMENE: IL SENSO
DEL RIPUDIO DAL MITO ALLA CLINICA

La vita vive sempre a scapito di altra vita.

Summary. L’Antigone di Sofocle è una tragedia che può essere letta in più modi, per quanto alcuni temi (ad esempio, l’inferiorità e la compensazione, l’impotenza e l’onnipotenza) siano basilari. Al 23.mo Congresso IAIP (Torino, 26-29 Settembre 2005) presentai un lavoro intitolato "Antigone vive". Allora, interpretai il mito nel modo tradizionale: l’impotenza di Antigone e la sua ribellione contro il potere dello Stato (Creonte). In questo lavoro, invece, seguo una strada diversa: analizzo l’onnipotenza di Antigone in conflitto con l’impotenza della sorella Ismene, con particolare attenzione al sentimento di ripudio, un sentimento che possiamo trovare nel nostro lavoro psicoterapeutico, ma anche in molti conflitti sociali. L’Antigone di Sofocle, così, si rivela come il dramma classico più significativo per analizzare in senso adleriano numerose relazioni conflittuali legate alla dinamica impotenza/onnipotenza.

 

KEYWORDS Antigone, Ismene, Adler, Volontà di potenza, Ripudio, Psicoterapia

I

Tutte le relazioni umane, nella realtà cosciente e/o nell’inconscio, sono relazioni di potere, anche quelle sessuali. Il potere, per sua natura, desidera realizzarsi concretamente, cioè desidera vincere, ed è nella realizzazione di tale desiderio che consiste il piacere. Il desiderio, quindi, è sempre un desiderio di realizzare quel potere verso cui ci sentiamo spinti. La base di questo “principio di potere”, che regola gli scambi degli esseri umani, è genetico-evolutiva, per quanto nell’uomo essa venga modellata da complessi fattori socio-culturali. Vincere assieme, o condividere il successo, dovrebbe essere il risultato migliore degli scambi interpersonali, ma non sempre avviene così. Anzi, a volte, i conflitti relazionali possono giungere fino al ripudio dell’altro: si tratta di casi, non tanto infrequenti, nei quali la vittoria e la sconfitta, l’impotenza e l’onnipotenza, vengono espresse/vissute in modo estremo, assoluto.

Le relazioni, quindi, se analizzate dal punto di vista del “principio di potere”, mettono in evidenza che in esse qualcuno vince e qualcuno perde: chi vince, per il fatto stesso di vincere e di conquistare/possedere l’oggetto desiderato, realizza anche un sentimento di piacere (legato al senso di potenza e di superiorità, fino eventualmente all’onnipotenza), mentre chi perde vive un sentimento di dispiacere (legato al senso d’impotenza e d’inferiorità, fino eventualmente al senso di non valere nulla). Nel caso della sessualità, di specifico vi è il fatto che il piacere, oltre a quanto appena detto, si carica di una particolarissima componente corporea, finalizzata in origine alla riproduzione. Si potrebbe dire che il principio di potere e il principio di riproduzione sono gli stratagemmi che l’evoluzione delle specie ha selezionato per la sopravvivenza. Su queste nozioni biologiche ed etologiche basilari poggiano i fondamentali del modello psicologico adleriano: dal loro buon equilibrio dipendono il benessere e la salute mentale, sia individuale che sociale, altrimenti si va incontro a molte e svariate patologie, appunto individuali e sociali. Come sappiamo, i fondamentali adleriani sono la “volontà di potenza”, il “sentimento sociale”, l’“inferiorità” e la “compensazione”. La volontà di potenza non è altro che la traduzione del “principio di potere” a livello individuale e/o sociale.

Il sentimento di Sé, già dall’infanzia, viene percepito come un sentimento di valere e di potere. Il bambino, crescendo, deve conquistare il suo spazio vitale, lo spazio entro il quale egli possa sviluppare la sua identità e la sua sicurezza, dove si senta bene nella propria pelle, dove abbia diritto di parola, diritto di esprimere la sua creatività e i suoi desideri; ma dove, in particolare – questo è fondamentale da tener presente – egli possa realizzare i propri desideri e quindi sperimentarne il piacere.

Quando si parla di desiderio, a volte, si rende un po’ astratta questa passione dell’animo umano, come se il desiderio fosse qualcosa di importante, ma vago. Il desiderio, invece, non è mai vago, ma, se così si può dire, è sempre molto “concreto”, come, in un altro senso, lo è un bisogno corporeo. Il desiderio non è mai desiderio di nulla, ma è sempre desiderio di qualcosa, afferma Platone, di qualcosa di cui, chi desidera, sente la mancanza. Il desiderio, quindi, è sempre desiderio di un oggetto concreto che non si ha (una cosa, una persona, una teoria) e che si vuole conquistare, per averla e possederla. Il piacere, come detto, consiste nella realizzazione di un tale desiderio, cioè di un tale possesso. In termini adleriani, si può dire che il desiderio di un oggetto è un desiderio di potere su quell’oggetto: è la volontà di potenza che si traduce nel potere su un oggetto concreto, attraverso il quale un individuo compensa i suoi sentimenti di inferiorità, cioè i suoi sentimenti di essere mancante.

II

Se si prova ad applicare questi concetti anche solo al desiderio di stare bene fisicamente / di non soffrire / di conservare l’integrità fisica (cioè al desiderio di possedere l’oggetto salute), si può apprezzare la semplicità e la bellezza del modello adleriano; ancor più, se lo si applica alla salute mentale e a molti contesti sociali e istituzionali, uno dei quali è la psicoterapia.

In psicoterapia si confrontano due soggetti con due desideri idealmente confluenti: il paziente che si trova, e sicuramente vive anche, in un sentimento di inferiorità/impotenza e vorrebbe riacquisire la capacità di stare bene; il terapeuta che si trova in una condizione di potere, grazie alla quale vuole aiutare il paziente a superare la sua inferiorità/impotenza. Questo è un esempio relazionale in cui si vince assieme; anzi, si potrebbe dire, che il successo di una relazione psicoterapeutica è tale solo se si vince assieme, quindi si tratta di una “relazione win win”, secondo una locuzione inglese, che potrebbe essere presa a modello paradigmatico (ideale) di ogni relazione umana.

Riprendendo il titolo della nostra Conferenza, però, si deve aggiungere che questo è possibile solo se i due soggetti impegnati nella relazione psicoterapeutica sono in grado di confrontarsi con i loro reciproci sentimenti di impotenza e di onnipotenza, i quali si esprimono, oltre che nella storia individuale, anche nella specifica storia del transfert e del controtransfert.  

III

Ho detto che “vincere assieme” sarebbe l’ideale di ogni scambio, ma, come sappiamo, l’ideale è una meta finzionale a cui dobbiamo tendere, ma che è difficile da realizzare. Anzi, a volte, i conflitti relazionali diventano talmente radicali che si può giungere sino al desiderio di annullare l’altro, come nel caso appunto del ripudio. Il piacere di chi ripudia consiste nel realizzare il desiderio di eliminare l’altro completamente, quasi si trattasse di un “potere di vita e di morte sull’altro” (in questo caso, naturalmente, l’altro è un oggetto da annullare perché fonte di dispiacere). Un paziente mi disse una volta che, per superare la fine di una relazione sentimentale, ogni volta doveva trasformare l’altro in “aria” (cioè, doveva ridurlo a “nulla”). Oltretutto, molti fatti di cronaca legati al conflitto tra i sessi (ad esempio, con l’uccisione di donne, o il loro sfiguramento con acidi) sottintendono questo principio di potere, portato all’eccesso di un desiderio onnipotente e perverso (come è sempre perverso il desiderio onnipotente) che spinge al fine di ridurre l’altro a zero.

IV

In un conflitto, in genere, si scontrano due posizioni di potere; in alcuni conflitti politico-ideologici, la contrapposizione può avere tre esiti: (1) Può portare a dei veri e propri tentativi di rivoluzione, in cui il potere forte può vincere ancora; si vedano, ad esempio, le infinite ribellioni contro l’Impero romano, domate con la forza.  (2) Può portare a una scissione, come nel caso dell’opposizione luterana contro la Chiesa cattolica. (3) Può portare, infine, a un rovesciamento di potere; si veda, ad esempio, la fine dell’Impero romano, quando non fu più in grado di contrastare le ribellioni; ma si vedano anche  la rivoluzione russa del 1917 contro lo zar Nicola II e la rivoluzione cubana contro il dittatore Batista nel 1959. In ognuno di questi casi, pure con caratteristiche diverse, è evocato il tema del ripudio, cioè il tema dell’annullamento dell’altro in quanto fonte di dispiacere/sofferenza.

V

Anche nel caso dei sistemi scientifici, quando la novità comporta un cambiamento epistemologico (ideologico), vissuto come pericoloso, si può giungere a dei conflitti gravi, fino al ripudio. Si considerino, ad esempio, i casi delle rivoluzioni galileiana e darwiniana con la loro condanna da parte della Chiesa. Galileo e Darwin furono condannati/ripudiati come eretici con delle procedure analoghe ai processi alle streghe (Galileo evitò il rogo, a cui nel 1600 non sfuggì Giordano Bruno).

VI

Il campo delle psicoterapie fa parte delle scienze umane, che sono delle scienze “deboli”, cariche di ideologia. La storia della psicoanalisi si colloca all’interno di questo campo, per cui anch’essa può essere letta sulla base del principio di potere, quindi dell’onnipotenza, dell’impotenza e del ripudio. Freud era un genio in tante cose, anche nella gestione del potere e del ripudio; era un abilissimo stratega che si ispirava ad Annibale e a Napoleone, suoi modelli ideali già dall’infanzia. In quest’ottica potrebbero/dovrebbero essere analizzati i suoi numerosi conflitti all’interno del movimento psicoanalitico degli inizi, in particolare quelli con Adler, Jung, Tausk, Ferenczi, per non parlare di Breuer, di Fliess e di quelli che potevano incarnare la figura dell’antagonista, di cui Freud diceva di avere sempre avuto bisogno. Insomma, il Nostro aveva un grandioso “ideale guerriero” (un Kriegerideal), come scrive nell’Interpretazione dei sogni: uno schema relazionale “aggressivo” ben collaudato e… rimosso, a favore di una mitica e stucchevole libido.

Alcuni dei compagni della prima ora, non riuscendo a essere riconosciuti da Freud, ma non avendo la forza di separarsene, finirono male: Tausk, addirittura, si suicidò, mentre Ferenczi implose in una forma larvata di suicidio. Adler, invece, non riuscendo a fare accettare / valere le sue idee all’interno del movimento psicoanalitico, e nonostante il potere freudiano lo avesse condannato come eretico, ebbe la forza di credere nella propria originalità e autonomia; pertanto, fu capace nel 1911 di separarsi da Freud e di fondare, dopo la scissione, un nuovo movimento. L’esempio dello scisma luterano, citato al punto IV, dimostra, in un certo senso, che Lutero fece la stessa cosa quando venne condannato/ripudiato come eretico da Leone X nel 1521: Lutero credette nella sua opposizione contro Roma ed ebbe il coraggio di dare origine allo scisma luterano-protestante.

A questo punto, mi sia consentito un piccolo inciso storico, a proposito di impotenza e onnipotenza. Il paragone tra Lutero e Adler mi sembra interessante anche in riferimento a quanto avvenuto dopo il rispettivo “scisma”. Lutero lanciò contro il Papa la seguente invettiva: Pestis eram vivus, moriens ero mors tua, “Da vivo ero la tua peste, morendo sarò la tua morte”. Adler non si è mai espresso con un’invettiva contro Freud; piuttosto, egli subì il ripudio e la damnatio memoriae a cui Freud lo condannò, e nei primi commenti post mortem subì anche il suo sarcasmo, sprezzante e gratuito, come può esserlo un dio perverso. Ciononostante, il movimento adleriano ha realizzato nel corso del Novecento qualcosa tipo l’invettiva che il frate tedesco lanciò contro il Papa. In effetti, la psicologia individuale ha rappresentato una specie di “peste” della psicoanalisi freudiana, nel senso che è stata la prima a smascherarne la costruzione finzionale onnipotente, finendo per modificarla, non solo teoricamente, ma anche praticamente: sia per quanto riguarda il suo riduzionismo biologico (pulsione sessuale e determinismo), sia per quanto riguarda la sua assoggettante e algida modalità di intendere la relazione con il paziente.

Le idee di Adler, come Ellenberger ha messo bene in evidenza, hanno in effetti alimentato molte posizioni poco ortodosse all’interno del movimento psicoanalitico (da Ferenczi a Winnicott, Fromm, Sullivan e, più di recente, Kohut), per quanto, dopo le prime due grandi scissioni, quella di Adler e quella di Jung, tutti gli altri “eretici” (compreso l’enigmatico Lacan) abbiano continuato a definirsi psicoanalisti (tra l’altro, anche questo fenomeno ha a che fare più con il principio di potere, che con la scienza; si tratta di qualcosa che ricorda certi “scissionisti” dei partiti politici che, opportunisticamente, restano dentro il partito, altrimenti, separandosene realmente, scomparirebbero nel nulla).

Adler, invece, si separò, come Lutero, perché aveva da proporre un modello relazionale, alternativo a quello pulsionale freudiano, e, fortunatamente, ebbe il coraggio di non correre dietro ai fuochi artificiali della sempre più potente chiesa psicoanalitica. Già con la sua riflessione del 1908 sull’aggressività e sul potere, Adler iniziò a mettere in evidenza l’intreccio pulsionale nelle dinamiche inferiorità/com-pensazione, impotenza/onnipotenza, insite nello sviluppo individuale, ma anche in ogni relazione interpersonale, quindi negli sviluppi psicopatologici e nella relazione psicoterapeutica. Questo patrimonio teorico è divenuto ormai un patrimonio comune a molte scuole; esso comprende anche il modo in cui Adler intese la relazione psicoterapeutica: un rapporto più paritario, più empaticamente partecipativo, perché la psicoterapia, secondo lui (per parafrasare una metafora di Ferenczi), non era un laboratorio biologico dove analizzare al microscopio la pulsione sessuale, ma era un giardino di cui ci si deve prendere cura con la ragione e con il cuore.

VII

L’Antigone di Sofocle è una tragedia molto ricca di conflitti legati all’impotenza e all’onnipotenza, e tra di essi troviamo anche il sentimento di ripudio. Al 23.mo Congresso IAIP (Torino, 26-29 settembre 2005) presentai un lavoro dal titolo “Antigone vive” (Antigone is living), in cui analizzai il conflitto più famoso, quello tra l’impotenza di Antigone e l’onnipotenza di Creonte, cioè il conflitto tra un comune cittadino e il re, tra un individuo e il potere dello Stato. Nella tragedia, però, vi sono altri conflitti: quello mortale tra i fratelli Eteocle e Polinice, quello tra le sorelle Antigone e Ismene, e ancora: tra il padre Creonte e il figlio Emone, tra Antigone e Emone (suo promesso sposo), tra Creonte e sua moglie Euridice, e, non da ultimo, un grandioso conflitto tra l’onnipotenza della natura e l’impotenza dell’uomo, il quale, quando lotta contro la natura per ipercompensare la sua inferiorità ontologica, perde doppiamente (come aveva già intuito Nietzsche).

Ognuno dei conflitti dell’Antigone comporta una contrapposizione radicale di potere, in modo tale che ci si muove sempre tra la vita e la morte, come è tipico delle tragedie. Ecco una breve sintesi del dramma sofocleo e di alcuni conflitti in esso rappresentati.

VIII

Antigone e Creonte sono i protagonisti principali di questo dramma portato in scena da Sofocle 2.500 anni fa, nel 442 a.C. I fratelli Eteocle e Polinice (figli di Edipo e di Giocasta; fratelli di Antigone e di Ismene) si sono uccisi per il regno su Tebe. Il nuovo re-tiranno, Creonte, proibisce che il traditore Polinice riceva una degna sepoltura, e ordina che venga abbandonato in pasto ai cani e agli uccelli, pena la morte per i trasgressori. Antigone rifiuta di obbedire alla legge della Città (cioè alla legge del potere stabilita da Creonte) e afferma di voler ubbidire solamente alle leggi degli dèi, che sono leggi non scritte, ma che esistono da sempre (vv. 452-457).   

Questo è il conflitto principale che viene normalmente analizzato: un conflitto etico tra la ragione di Stato e la ragione di famiglia / del sangue, tra la ragione generale e quella particolare. Antigone afferma che non può lasciare suo fratello insepolto, anche se sarà condannata a morte. Cerca di coinvolgere la sorella nel suo proposito, ma Ismene rifiuta, e così va a morire da sola.

Il conflitto di potere che Sofocle mette in scena è grandioso, tanto che Hegel parla di quest’opera come della migliore tragedia di sempre. Alcuni hanno paragonato Antigone a Giovanna d’Arco; essa è divenuta il simbolo dell’emancipazione femminile, ma anche del conflitto tra coscienza individuale e autorità pubblica. Goethe e Schiller, pensano all'eroina greca come a un modello di libertà. Il romanticismo tedesco, innamorato della Grecia classica, è sedotto dall'etica del sacrificio insito nel personaggio sofocleo, un sacrificio disinteressato, che alcuni giunsero a considerare persino superiore a quello di Cristo. Antigone diviene anche un modello di vita, tanto che Kierkegaard nel 1843 in Il riflesso del tragico antico nel tragico moderno vi paragona il suo destino e il suo volontario isolamento.

Non vi è tempo per analizzarli in dettaglio, ma accenno solamente a qualche altro conflitto, celato dietro al grande conflitto etico, prima di parlare del ripudio di Antigone verso Ismene.

VIII.1. Il più antico esempio di “protesta virile”. Per intendere il senso di questo conflitto cito solo due frasi di Creonte, rivolte all’indirizzo di Antigone, molto esplicite al riguardo: “In realtà io non sarei un uomo, ma uomo sarebbe costei, se la sua tracotanza resterà impunita” (vv. 484-485); “Finché vivo, non comanderà una donna” (v. 525).  

VIII.2. Un conflitto mortale tra due fratelli. Quello tra Eteocle e Polinice è un classico caso di rivalità fraterna per il potere, in un certo senso, anticipato dal conflitto biblico tra Caino e Abele. E’ interessante notare, ai fini della nostra riflessione, che nel caso della Bibbia il potere è collegato direttamente con l’amore di Dio, mentre nel caso dell’Antigone il potere è collegato con la passione per il governo della Città; nel primo caso, un fratello uccide l’altro, mentre nel secondo i due fratelli si uccidono reciprocamente.   

 

VIII.3. L’eterno conflitto uomo-natura, contenuto nel primo canto corale. Questo è un conflitto poco considerato dagli studi sulla tragedia sofoclea, sia filosofici che psicologici; esso, però, è di grande attualità, tanto che Heidegger considerava il coro del primo stasimo dell'Antigone (vv. 332-383) - quello che inizia con il famoso Pollà ta deiná “Molte sono le cose sublimi/tremende” - come una vera e propria summa in cui sono racchiusi l'essenza e il mistero dell’essere umano. I primi due versi del coro dicono: “Molte sono le cose sublimi/tremende (deiná), ma nessuna è più sublime/tremenda dell'uomo”. Senonché, il greco deinón è un termine medio e può voler dire “temibile, terribile, tremendo, spaventoso”, ma anche “straordinario, mirabile, forte, potente”. Heidegger lo intende addirittura come “distruttivo”; commentando il passo, egli riferisce il termine a “ciò che è violento nell'uomo”. L'uomo, infatti, in quanto inventore della tecnica, si è dotato di uno strumento con cui, si potrebbe dire in senso leopardiano, “finge” la sua onnipotenza, quindi “finge” la sua perversione, come ho detto sopra al punto III, dato che si tratta di un’onnipotenza distruttiva, che lo illude di realizzare il desiderio di poter andare sempre oltre. L’uomo, così, “si finge nel pensier suo” di conquistare la terra, divenendo il simbolo del perissón, di ciò che è eccessivo, sia verso l'alto che verso il basso, sia nel senso dell’onnipotenza, del super-uomo (il nietzschiano über-Mensch, che vale per noi come una finzione rafforzata della volontà di potenza), sia nel senso dell’impotenza, dell'infra-uomo (un concetto che una paziente mi ha tradotto con il neologismo Null-Mensch, cioè Uomo-Nulla, che vale per noi come una finzione rafforzata del nichilismo esistenziale, che, oltretutto, ritroveremo alla fine di questo saggio in alcune parole pronunciate da Creonte).

IX

I conflitti di cui parla l’Antigone, come si vede, si prestano bene ad essere analizzati secondo i parametri onnipotenza/impotenza, per cui, a mio parere, l’opera sofoclea costituisce una preziosa narrazione per il modello adleriano. Anzi, si potrebbe dire che questo dramma è da prendere a paradigma della psicologia individuale, come l’Edipo Re è stato preso da Freud a paradigma della psicoanalisi (con la precisazione, però, di cui si dirà al prossimo punto, e con cui si dimostra che anche quest’altra tragedia sofoclea va letta piuttosto in termini adleriani, come espressione di conflitti di potere, dato che è solo surrettiziamente che è divenuta appannaggio della psicoanalisi).

Se mettiamo assieme la teoria platonica del desiderio, inteso come una mancanza/inferiorità da compensare, e i conflitti relazionali dell’Antigone, noi adleriani possiamo recuperare molti spunti psicodinamici e psicopatologici, sia per arricchire il nostro modello con del materiale classico e universalmente noto, sia per collocarlo in una dimensione psicologica storica.

X

Il giudizio filosofico di Hegel, che considerava l'Antigone come l'exemplum assoluto di tragedia, possiamo estenderlo alla psicologia, in questo modo. Sofocle è un grande conoscitore dell’animo umano, capace di leggervi molte sfumature contraddittorie e inquietanti, legate al “principio di potere”, e capace di esprimerle in opere immortali. In due tragedie, in particolare, egli sembra compendiare un manuale ante litteram di psicologia dello sviluppo e di psicopatologia: nell’Edipo Re e nell’Antigone. Dell’importanza dell’Antigone per la psicologia individuale stiamo vedendo; lo stesso, però, vale per l’Edipo Re, dato che anche questo dramma va letto in senso relazionale e non pulsionale, come invece ha fatto Freud.

Per inciso. Nell’Interpretazione dei sogni Freud modificò a suo piacimento alcune citazioni dell’Edipo Re; egli lo fece per adattare il testo alla sua teoria e così realizzare meglio il suo desiderio di potere teorico; lo fece senza tenere conto del testo reale, come a volte gli capitava con il testo dei pazienti. Freud era geniale nelle sue elaborazioni, ma era anche un giocatore d’azzardo, come lui stesso una volta scrisse a Fliess, cosciente che quando l’azzardo riesce è la gloria, altrimenti è l’infamia (ancora l’onnipotenza e l’impotenza, su cui stiamo riflettendo in questa Conferenza). E’ difficile dire se faccia parte dello stesso meccanismo mentale la rimozione dell’Antigone dalla riflessione teorica di Freud, ma sta di fatto che il termine “Antigone” ricorre solo una volta (e in un contesto scherzoso) negli Indici delle sue Opere: questo, nonostante il suo amore per i classici, e nonostante chiamasse la figlia Anna “la mia Antigone”. Al pensiero onnipotente di Freud deve essere sempre piaciuta questa frase dell’Amleto: “Con l’esca di una frottola si pesca una carpa di verità”, di cui egli scrive nel 1937 in “Costruzioni nell’analisi”. A proposito poi del fatto che il principio di potere si muove tra onnipotenza e impotenza e che mette sempre in gioco i fantasmi del vincere e del perdere, ricordo che una massima valida nel mondo accademico ordina: “Publish or perish”.

XI

Analizzo ora brevemente il conflitto tra le due sorelle, Antigone e Imene, perché in esso troviamo la dinamica del ripudio, che a volte riscontriamo nella clinica, come si vedrà con un esempio. Il carattere altissimo e la purezza cristallina dell’eroina vengono “sporcati” da questo ripudio perché, in effetti, ella si dimostra con la sorella altrettanto assoluta e arrogante come Creonte lo era stato con lei.

Antigone vuole coinvolgere la sorella nella ribellione contro il re-tiranno Creonte; Ismene, però, rifiuta e cerca di fare ragionare la sorella sull’insensatezza di un tale proposito, sul fatto che così andrebbero incontro a una morte certa, sul fatto che loro due ormai non contano più nulla e che non possono opporsi al potere di Creonte. Proprio questi motivi, al contrario, spingono Antigone a insistere nel voler mettere in atto i suoi propositi: l’eroina vuole dare sepoltura al fratello Polinice ed è ormai votata alla morte, intenzionata a raggiungere i famigliari nell’aldilà. La morte che terrorizza Ismene, esalta Antigone: la prima ha un carattere più pauroso e accomodante (“Siamo nate donne, sì da non poter lottare contro gli uomini”, vv. 61-62; “Per natura, io sono incapace di agire contro il volere della Città”, v. 79), mentre la seconda è più decisa, coraggiosa, forse temeraria e un po’ paranoica, comunque intenzionata a morire, tanto che Ismene le dice: “Hai un cuore ardente solo per cose che raggelano” (v. 88).

Ma, ora, ecco la sequenza del ripudio. Esso avviene in due tempi. Già nel Prologo, quando Antigone comprende che la sorella non ha intenzione di collaborare, la tratta con disprezzo e la schernisce, dicendole: asseconda pure i nostri nemici; vivi serena e felice con loro; se dopo ti pentirai e vorrai agire insieme a me, io lo rifiuterò, cioè io ti rifiuterò (vv. 69-70). Poi, circa a metà del dramma, quando Antigone viene condannata a morte da Creonte, assistiamo al ripudio vero e proprio: Ismene si pente di non aver collaborato con la sorella; vorrebbe condividerne la responsabilità della sepoltura per morire insieme ad Antigone; questa, però, coerente con quanto promesso, la scaccia (la ripudia) dicendole che non deve attribuirsi un merito che non ha (vv. 546-547) e che non deve fare le cose solo a parole. Antigone completa il ripudio con il tremendo verso 543, quando rifiuta Ismene senza appello, dicendole: “Odio chi ama solo a parole” (v. 543). Antigone vuole tutto e subito; non ammette dubbi, né ripensamenti; la sua logica è lineare, assoluta e, come detto, un po’ paranoica: o sei con me, o sei contro di me. Se le si dice no una volta, non chiede una seconda volta. Per Antigone, la sorella, con il suo modo di dire e di fare, ha tradito la famiglia, la legge del sangue, per cui per lei è come morta, è come se non esistesse più. Dopo questo scambio, in effetti, Ismene scompare di scena; Sofocle non ne parla più, ma non facciamo fatica a pensare che la sua fine possa corrispondere a un suicidio.

XII. Caso clinico. Un ripudio tra madre e figlia, accusata di aver tradito lo stile di vita e le regole della famiglia.

La paziente ha 30 anni, primogenita di due figli (ha un fratello con qualche problema di droga, senza lavoro).  La paziente è sposata e ha una figlia di sei anni. I genitori hanno divorziato quando lei era bambina. Il padre è ritenuto bravo, ma superficiale e inaffidabile; non ha mai pagato gli alimenti. La madre è intelligente, psichicamente un po’ labile (ha sofferto di crisi depressive), di carattere piuttosto rigida; lavora per un foyer che ospita handicappati; il suo stile di vita è piuttosto semplice, al limite dell’essere trasandato, analogamente alla sua condizione abitativa che è piuttosto marginale.

La paziente non ha potuto studiare e ha rinunciato a frequentare l’università per occuparsi della famiglia. Ciò nonostante ha un buon lavoro e la sua nuova famiglia sta bene economicamente. Buono il rapporto col marito, mentre è più critico quello con la bambina. Chiede una terapia perché da mesi piange in continuazione, sta male, dorme poco, non sa se riprendere i contatti con sua madre, interrotti per l’ennesima volta qualche mese prima: vorrebbe riprenderli, ma ha paura che finiscano come le altre volte, cioè nell’indifferenza/disprezzo di sua madre verso di lei, verso sua figlia e verso le sue scelte di vita, definite da sua madre “borghesi”. Già più volte nell’ultimo anno ha vissuto lo scacco del riavvicinamento: cerca la madre, nella speranza che la riaccolga e che tornino a vivere la bella relazione che avevano prima. Ogni volta, però, finisce allo stesso modo: si sente scacciata / non considerata /non valutata. E’ disperata e non sa cosa fare; rischia anche di compromettere la relazione con sua figlia, sulla quale proietta le sue difficoltà.

La dinamica tra la paziente e sua madre è quella del ripudio e richiama quella tra Ismene e Antigone: o tutto o niente; o sei con me, o sei contro di me.   

La paziente, da bambina e da adolescente, aveva voluto molto bene a sua madre e ne era stata ricambiata; era particolarmente apprezzata perché si era occupata di tutto nei periodi, anche piuttosto lunghi, in cui la madre era stata malata. Si occupava della casa, di una nonna e anche del fratello; accettava le condizioni disagiate in cui vivevano, anche se l’avevano costretta a tante rinunce sociali e professionali. La paziente si paragona a una specie di Cenerentola, però apprezzata da tutti. L’ambiente di casa era per lei il suo paradiso, da cui uscì sposandosi, ma mantenendo ottimi contatti con la madre, fino alla nascita di sua figlia, inizialmente accettata dalla nonna, ma poi “trascurata”, dopo il ritorno in scena del fratello della paziente.

Anche il fratello era uscito di casa, ma per fare una vita marginale (in un certo senso più simile alla “natura” della madre). Viveva piuttosto nell’indigenza; era andato a convivere con una donna piuttosto simile a lui, con cui aveva avuto una figlia (di un anno inferiore alla figlia della paziente). Separatosi dalla sua compagna, tornò a vivere dalla madre con sua figlia. Qui iniziano i problemi, che gradualmente peggiorano fino alla prima rottura della paziente con la sua famiglia. La madre privilegia il fratello, e questo lo sente come un’ingiustizia che la fa impazzire: sente la madre alleata con lui, mentre accusa lei di essere una borghese, di aver scelto uno stile di vita “diverso” dal loro, quindi l’accusa di aver tradito la famiglia d’origine, ma in particolare, last but non least, l’accusa di non voler bene alla nipote (cioè alla figlia del fratello). Lei, però, vuole bene alla nipote, ma non sopporta che sia privilegiata rispetto a sua figlia. Oltretutto la paziente disprezza suo fratello, che ha sempre vissuto a spese degli altri, e non accetta che sua madre lo protegga e accusi lei di tradimento, solamente perché non è più disponibile a fare dei sacrifici per aiutare “la famiglia” e, in primis, il fratello. Accusare lei è il colmo! Proprio lei che da bambina e da adolescente si era sempre sacrificata per il bene di tutti! E’ lei che si sente tradita dalla madre e ripudiata, ma, a causa di una specie di coazione a ripetere, nei pensieri e negli affetti, è continuamente attratta dalla madre, come la falena è attratta dalla luce.

XIII

Al nostro studio professionale potrebbe bussare uno dei personaggi dell’Antigone (ma anche dell’Edipo Re), e per ognuno di essi il terapeuta deve individuare il modo migliore per accoglierlo e per fornirgli degli strumenti, al fine di riequilibrare i tre compiti vitali, adlerianamente intesi. Il terapeuta, cioè, deve essere in grado di identificarsi empaticamente con la sofferenza di Antigone, di Ismene, di Creonte ecc., e per ognuno di essi (e con ognuno di essi) deve elaborare il mito del potere, dell’impotenza e delle finzioni onnipotenti, ben sapendo che dietro all’impotenza si nascondono fantasie compensatorie, e che dietro all’onnipotenza si nascondono angosce di annullamento, anche nel caso del tiranno Creonte. Questi, infatti, all’inizio del dramma si presenta in scena sicuro di sé e arrogante (tracotante, affetto da hybris, come dice Sofocle), mentre alla fine sprofonda nell’impotenza più oscura di fronte ai suicidi del figlio e della moglie. Ritornato in scena per l’ultima volta, con il figlio morto sulle braccia, egli dice ai servi una frase che fa pensare all’espressione di un moderno nichilismo radicale: “Portatemi via, io non sono altro che nulla” (v. 1325).     

 

Franco Maiullari
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Svizzera

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